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La rivoluzione dellâ''Auditel â'' ALESSANDRO LONGO

E proprio qui è il problema: in una struttura del sistema televisivo basata esclusivamente sul commercio, la ricerca spasmodica dei migliori indici auditel ha provocato e sta continuamente provocando un inesorabile scadimento della qualità dei programmi, un livellamento verso il basso, che è tristemente rappresentativo del livello medio della popolazione italiana.Quest’abbozzo di analisi sociologica dell’Auditel si presta ad essere facilmente estesa ad altri ambiti: quando in una qualsiasi attività umana l’aspetto economico – o l’interesse personale di qualcuno – prevale come valore primario, l’attività in sé diventa secondaria: si fa mezzo per altri fini.

Se infatti guardiamo uno spettacolo televisivo di dibattito politico, vediamo che anche qui è la ricerca dell’audience ad avere la meglio, per cui si invita Sgarbi perché si spera che cominci a litigare e urli qualche parolaccia, o il giornalista Travaglio che, da enciclopedia giuridica qual è, sveli particolari inediti delle pendenze giudiziarie del presidente del Consiglio o, meglio ancora, l’onorevole Di Pietro, che tra uno strafalcione grammaticale e l’altro, lo insulti in modo più o meno clamoroso, di modo che il giorno dopo tutti i giornali (che abboccano e si fanno complici, ingranaggi della macchina) raccontino il fatto, offrendo pubblicità gratuita alla trasmissione.E quando capita che i protagonisti si danno un tono compassato, non mediatico, ma più serio, quando gli argomenti si alzano di livello, si innesca un diverso meccanismo: poiché si sa che lo spettatore è stupido e ignorante e non è capace di seguire un ragionamento troppo lungo, ma si annoia subito, il discorso serio deve essere ridotto ai minimi termini, diventare il più breve possibile, e il politico di turno, in quell’intervento lampo, deve concentrare, oltre al suo punto di vista – quando c’è – anche qualche battuta o frase retorica d’effetto, che permetta al messaggio di arrivare.

Mutuando la locuzione dal filosofo della scienza Khun, è avvenuto un cambiamento di paradigma sociale dai tempi ormai lontani di De Gasperi, Togliatti, La Malfa, Moro: quanta acqua è passata sotto i ponti.Quando vediamo le ballerine televisive ancheggiare discinte sullo schermo, e per un momento seppur fugace riusciamo a guardarle in viso, notiamo che in continuazione volgono lo sguardo ai monitor, per controllare come vengono riprese, se le loro anche sono valorizzate e allora, ma solo allora, sorridono e cercano di avere un’espressione in qualche modo collegata alle parole della canzone che stanno mimando.

È per questo che fioriscono i reality: programmi privi di contenuto, che non propongono domande se non pettegolezzi, che hanno dei picchi di ascolto e di share solo quando qualche prosperosa protagonista si spoglia, meglio se fingendo di non volerlo fare, o quando due protagonisti simulano un litigio o un’ infatuazione, e portano avanti il loro rapporto conflittuale o amoroso fino ad atti più o meno espliciti, o spinti – si picchiano o si accoppiano, meglio se in circostanze adulterine – e se durante i dialoghi ci scappa fuori qualche bella parolaccia, meglio che sia delle più volgari, fino ad arrivare alla quint’essenza dell’audience: la bestemmia.Questo piace alla media della popolazione italiana.

Fonte: www.avanti.it

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November 20, 2009 - Posted by | Uncategorized | ,

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